San Corbiniano e l'orso, dipinto di Jan Polack (Museo diocesano di Frisinga). Fonte: Wikipedia Commons. L'orsacchiotto con il bagaglio sul dorso compare nello stemma della citta' di Frisinga e anche sullo stemma di papa Ratzinger, Benedetto XVI.
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San Corbiniano e l'orso, dipinto di Jan Polack (Museo diocesano di Frisinga). Fonte: Wikipedia Commons. Oggi c'e' grande festa a Monaco, in onore del santo patrono di Monaco e Frisinga, San Corbiniano (in tedesco Korbinian). Britannorum genere ortus, cioe' di origini britanniche (o irlandesi), la leggenda narra che Corbiniano, intorno all'anno 710, durante un viaggio che aveva intrapreso da Frisinga verso Roma per visitare, come molti altri pellegrini del tempo, la Basilica di San Pietro, al ritorno verso la Germania, in un passo alpino un orso aggredi' e sbrano' il cavallo su cui viaggiava Corbiniano. Il santo ammansi' e sgrido' l'orso per quello che aveva fatto, e l'animale, docile come un asinello, riporto' i bagagli di Corbiniano fino a Frisinga. L'orsacchiotto con il bagaglio sul dorso compare nello stemma della citta' di Frisinga e anche sullo stemma di papa Ratzinger, Benedetto XVI.
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Verso quel tempo la moglie di Belisario, Antonina, si recò a Bisanzio a pregar l'imperatrice perché un maggiore esercito si apprestasse per questa guerra; ma l'imperatrice Teodora, caduta malata, era già morta. Con questa nota stizzita e asciutta, lo storico Procopio di Cesarea nel De Bello Gothico ci informa che oggi, il 28 giugno 548 (il 27 luglio secondo altri) l'imperatrice Teodora, moglie di Giustiniano, morì (dopo essere sopravvissuta alla peste!).
Nell'impietoso libello Carte segrete (ανεκδοτα in greco) Procopio si prodiga in una critica feroce di Teodora, e aggiunge dettagli agli ultimi momenti di vita, mostrandocela impegnata a ordire, seppure divorata dal cancro, il suo ultimo intrigo: le nozze di Giovanna, unica figlia ed erede delle enormi ricchezze del generale Belisario, con il suo nipote Anastasio, matrimonio che, morta l'imperatrice, poi non venne celebrato a causa dell'opposizione di un'altra terribile donna, Antonina moglie di Belisario. Certo fu un esempio di donna che ascese ai vertici del potere partendo dal basso (anzi, bassissimo... era una prostituta): l'astio di Procopio, nobile di nascita, potrebbe scaturire proprio da questo, l'essere stato "sorpassato" da una persona di condizioni infime, e per di più donna. Oggi la Chiesa festeggia San Brendano (o Brandano), Brandon in inglese, un santo irlandese protagonista di un romanzo antichissimo, del IX-X secolo: il celebre viaggio (o navigazione) di San Brendano (Navigatio Sancti Brandani). Prototipo dei romanzi di avventure, e a sua volta debitore all'Odissea, all'Eneide e ai viaggi fantastici di Simbad il marinaio, di origine persiana, racconta del viaggio immaginario fatto dal Santo assieme a 60 compagni nell'oceano Atlantico alla ricerca del mitico Tir-na-Nog, la terra dell'eterna giovinezza. Forse testimonianza storica di antichi viaggi di Irlandesi in America, frammista a leggende popolari irlandesi, all'agiografia e alle reminiscenze classiche di un anonimo monaco irlandese, la storia mi ha sempre affascinato, anche perché in questo periodo di maggio ho spesso cominciato progetti nuovi, in qualche modo imitando il Santo che si era avventurato in un oceano ignoto. Inoltre mi ricorda l'Irlanda, paese bellissimo che ho sempre amato a partire dal primo viaggio in bici in giro per l'isola assieme al mio amico Antonio, nel 1995 (poi replicato nel 2003).
Recentemente la studiosa medievalista Elena Percivaldi ne ha curato la traduzione dall'originale latino (con testo a fronte) per l'editore Il Cerchio, con prefazione di Franco Cardini. Il libro si intitola La navigazione di San Brandano, e ne ho fatto subito un ordine sul sito www.ibs.it. Se oggi, nella festa di San Marco, fate un giro a Venezia, e vi trovate davanti alla celeberrima basilica, soffermatevi davanti al mosaico posto sopra il primo portale a sinistra, che è l'unico sopravvisuto degli originali del XII-XIII secolo: rappresenta la traslazione del corpo di San Marco nella Basilica, come recita l'iscrizione: Collocat hunc dignis plebs laudibus et colit hymnis + ut Venetos semper servet ab hoste suos che tradotto suona più o meno come: Il popolo colloca (nella Basilica) costui (=San Marco) tra degne lodi e canta inni + perché difenda sempre i suoi Veneti dai nemici È una delle prime testimonianze della protezione implorata da San Marco verso i "suoi" Veneti, associazione recentemente recuperata anche in ambito politico, con l'uso che è stato fatto dalla Lega del "gonfalòn" con il Leone di San Marco. Nei secoli, questa associazione è diventata un "universo mitico costruito dalla Serenissima in metà del Mediterraneo", come dice Valerio Massimo Manfredi alla fine del suo bellissimo libro la Tomba di Alessandro (Mondadori 2009). C'è però anche un altro particolare nel mosaico: San Marco è rappresentato a corpo intero, dentro un qualcosa che assomiglia molto a un sarcofago, come se fosse avvolto in bende, cioé come una mummia. Questa osservazione ha indotto uno studioso molto serio, seppure non specialista della materia, Andrew Chugg, che nell'urna di San Marco nell'omonima basilica a Venezia, non riposino le ossa del Santo, ma una mummia proveniente dalla necropoli dei Tolomei, ad Alessandria d'Egitto. Questa ipotesi viene riportata da Manfredi nelle pagine 166-172 del suo libro già citato. La ricerca di Chugg muove dalle fonti antiche che testimoniano come San Marco fosse il fondatore della Chiesa di Alessandria e che già alla fine del IV secolo le stesse fonti storiche rirpotano di pellegrinaggi alla tomba del Santo, ad Alessandria. Secondo la leggenda, furono due mercanti veneziani, Buono di Malamocco e Rustico di Torcello, a trafugare il corpo del Santo dalla chiesa di San Marco ad Alessandria d'Egitto, fino a Venezia, agli inizi del IX secolo: lo avrebbero fatto perché il clero locale era molto preoccupato del fatto che i musulmani stavano depredando la chiesa di alcuni marmi per costruire un altro edificio. Chugg procede oltre, verificando che le testimonianze iconografiche e cartografiche collocano la chiesa di San Marco ad Alessandria vicino alla porta orientale della città islamica, cioé nelle vicinanze, o addirittura coincidente, col terreno dell'antica necropoli dei Tolomei, i faraoni greci che dominarono l'Egitto: da qui, unendo le testimonianze dei mosaici di San Marco, che rappresentano il santo come un corpo intero e incorrotto simile a una mummia, con la collocazione geografica dell'antica chiesa di San Marco ad Alessandria, deduce che al posto del santo, dentro l'urna di San Marco a Venezia ci possa essere proprio una mummia di un sovrano tolemaico, se non proprio addirittura il corpo stesso di Alessandro Magno. Chugg ha addirittura proposto di sottoporre a esami scientifici i resti attribuiti a San Marco, non diversamente da come fatto sulla Sindone: Valerio Massimo Manfredi chiosa però che l'assai lontana probabilità di scoprire che si trattava di Alessandro Magno invece dell'evangelista Marco dovrebbe essere pagata con la dissoluzione di un intero universo mitico, quello costruito dalla Serenissima in metà del Mediterraneo. Senza contare che, se effettivamente nei disordini che nel IV secolo seguirono la sostituzione dei riti pagani con la nuova religione Cristiana (di cui abbiamo parlato già in questo blog nel post su Ipazia), una mummia della necropoli svolse il ruolo del corpo del Santo evangelista, invece del mitico fondatore della città di Alessandria, potrebbe essersi trattato di un qualunque sovrano della dinastia dei Tolomei: vi immaginate se al posto di San Marco nella Basilica si trovasse la mummia di Cleopatra?
Siamo in tempo di Quaresima, e può capitare in chiesa di ascoltare un bellissimo canto, Se tu mi accogli: il testo si riferisce al Vangelo del figliol prodigo. Come spesso succede nella musica liturgica cattolica dopo il Concilio Vaticano II, l'origine del canto è però un corale tedesco di tutt'altro argomento: si tratta del celebre "Wer nur den lieben Gott lässt walten", Chi si lascia guidare solamente dal Signore, un corale del poeta e compositore tedesco Georg Neumark, datato dicembre 1641. Neumark visse ai tempi della Guerra dei Trent'anni, quando le condizioni economiche e sociali in Germania erano disastrose: ebbe una vita parecchio avventurosa, avendo perso per ben due volte tutti i suoi averi, una volta a causa delle soldataglie che imperversavano in Turingia, una volta a causa di un incendio. In qualche modo, il testo del corale fa riferimento alle vicende personali: l'autore stesso lo descrive come "un testo di consolazione: Dio proteggerà i Suoi nel Suo tempo". Il testo fa infatti riferimento al Vangelo di Matteo (Mt 7,26-27), l'uomo saggio che costruisce la sua casa sulla roccia viene contrapposto all'uomo stolto che costruisce sulla sabbia: sembra scritto apposta per i tempi convulsi in cui viviamo! Wer nur den lieben Gott lässt walten che tradotto in italiano suona più o meno così Chi si lascia guidare solamente dal Signore La musica originale di Neumark è in tempo ternario, 3/4, ed è stupenda: Ovviamente, un corale così bello non poteva rimanere nascosto all'orecchio del grande Johann Sebastian Bach. Probabilmente Bach ne venne a contatto in quanto Neumark era nato a Langensalza (adesso Bad Langensalza, in Turingia), a soli 35km da Eisenach, la città natale di Bach, e a soli 20km da Mühlhausen, la città in cui Bach ebbe il primo impiego come organista. Neumark quindi faceva parte della "comunità musicale" in cui il giovane Bach mosse i primi passi. Bach tuttavia cambiò il ritmo dai 3/4 del corale originale a un ritmo quaternario 4/4, utilizzandolo (con testo cambiato) nella cantata BWV 93: Poi di questo corale fece numerose variazioni per organo: un corale "Schübler" BWV 647, e poi il bellissimo corale BWV 642, dove il canto è nel soprano (mano destra). Che questa musica celestiale, che adorna come una costellazione brillante il cielo del periodo quaresimale, ci rapisca in questi tempi bui in cui viviamo: La quarta domenica di Pasqua, o Dominica Tertia post Pascha, era chiamata nella vecchia liturgia pre-conciliare Dominica Jubilate, dall'introitus della Messa che recitava Jubilate Deo omnis terra. Lo stesso nome porta la domenica nella liturgia luterana. Johann Sebastian Bach compose ben tre cantate per questa occasione (BWV 12, 103, 146). La più antica di queste, che risale al periodo in cui Bach lavorava alla corte di Weimar, è proprio la BWV 12, dall'allegro titolo Weinen, Klagen, Sorgen, Zagen ("Piangere, lamentarsi, temere, preoccuparsi"). Il titolo della Cantata fa riferimento alla lettura prevista nella liturgia luterana per questa domenica, cioé il capitolo 16 del Vangelo di Giovanni, dove si legge Così anche voi, ora, siete nella tristezza; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà. Dopo una bellissima sinfonia, il coro introduttivo ci ricorda subito l'attitudine di Bach a riutilizzare brani giovanili in composizioni più tarde: è infatti rielaborato (e raccorciato) nella Messa in Si Minore come il celeberrimo Crucifixus (il testo originale è proprio Weinen, Klagen, Sorgen, Zagen). Ma è il corale finale a destare la meraviglia: dopo brani di tono cupo, coerente con il titolo della Cantata, compare un corale stupendo, Was Gott tut, das ist wohlgetan ("quello che fa Dio, è sempre ben fatto"). L'armonizzazione di Bach fa risplendere il motivo originale, scritto da Severus Gastorius, cantor a Jena, nel 1675, sul testo del suo amico, Samuel Rodigast, che aveva scritto i versi esplicitamente per l'amico Severus, che quell'anno era ammalato. Qui di seguito potete scaricare lo spartito del Corale:
Siamo quasi in Settimana Santa, e un ascolto "di passione" è d'obbligo. Questa volta lascio le monumentali composizioni di Bach sul tema, e scelgo qualcosa di molto più intimo e nascosto: il magnifico Stabat Mater "à 10 voci" di Scarlatti (figlio, Domenico). Il testo è la celeberrima sequenza attribuita a Jacopone da Todi, che descrive il dolore della Vergine Maria ai piedi della croce con versi accorati e commossi, ed esprime la volontà del fedele di accompagnare col suo proprio dolore la Madonna e Cristo al Calvario. Da ragazzo ovviamente ti piace di più lo Stabat Mater di Pergolesi, anche quello scritto dal grande musicista quando era ragazzo poco più che ventenne; poi si cresce e si ammira l'intimità concentrata, sintetica e raccolta di questo splendido pezzo (sono venti minuti e poco più di musica), senza orchestra, solo solisti a cappella, accompagnati dal basso continuo, scritto da Domenico Scarlatti a Roma quando era trentenne. Il versetto "Fac me vere tecum flere / crucifixo condolere / donec ego vixero" è il pezzo di musica che io conserverei in eterno, se mi dovessero dire di salvare un solo pezzo di musica di tutta quella che è stata scritta dalle origini fino a oggi. L'anno liturgico si sta concludendo, e la prossima domenica è la prima d'Avvento: nella liturgia luterana si canta il Corale Nun komm, der Heiden Heiland ("Vieni subito, Salvatore delle genti"), scritto da Lutero e pubblicato per la prima volta a Erfurt nel 1524. Il testo è il seguente (prima strofa) Nun komm, der Heiden Heiland, che è la traduzione quasi letterale, in tedesco, dell'inno Veni redemptor gentium attribuito a Sant'Ambrogio: Veni redemptor gentium, Johann Sebastian Bach amava molto questo Corale, tanto da basarci ben tre delle sue Cantate (BWV 36, 61 e 62). Il corale originale è questo: Come era sua abitudine, nel caso di corali a lui cari, Bach scriveva anche degli splendidi preludi per organo: sul corale suddetto fece una specie di "trilogia", il preludio sul corale BWV 659, la triosonata BWV 660 e la stupenda fantasia fugata BWV 661. Quest'ultimo è veramente stupefacente: mentre i registri superiori eseguono una scintillante fuga a 3 voci "cum organo pleno", il canto è affidato al pedale, che entra quattro volte (tante quanto i versi della prima strofa del corale) con la melodia originale. Sono poco più di tre minuti di capolavoro assoluto (anche piuttosto difficile da eseguire), che qui vi consiglio nella versione della Società Bach Olandese: Stasera la Luna ha 1 giorno (1.7 giorni per la precisione): è il 1° Kislèv, mese lunare di novembre nel calendario ebraico (il mese in cui, il 25, cade Hanukkah, la festa delle Luci, che corrisponde in qualche modo al nostro Natale). Per i fan di Tolkien, è il Dì di Durin: ne lo Hobbit, Elrond, re degli Elfi di Granburrone, chiede che cosa sia questo Giorno di Durin, e Thorin Scudodiquercia, un po' indispettito, risponde: "Il primo giorno dell'Anno Nuovo dei nani", disse Thorin, "è, come tutti dovrebbero sapere, il primo giorno dell'ultima luna d'autunno alle soglie dell'inverno. Lo chiamano anche 'Giorno di Durin' ed è quando l'ultima luna d'autunno e il sole stanno insieme nel cielo. Ma questo non ci aiuterà molto, temo, perché oggi è al di là delle nostre capacità prevedere quando ci sarà di nuovo un momento simile. Noi moderni con la nostra potente tecnologia sappiamo invece che ...È precisamente oggi! Infatti la prossima luna nuova sarà il 15 dicembre, e quindi la prossima lunazione sarà quasi completamente inclusa nell'inverno.
Non so da quale fonte Tolkien abbia dedotto il calendario dei Nani, che evidentemente è un calendario lunare: certo che porre l'inizio del calendario con il 1° novembre lunare, è in qualche modo reminiscente della festa di Samhain, il capodanno celtico che coincideva appunto con il 1° novembre lunare. Oggi il Samhain è diventato la più commerciale festa di Halloween, celebrata nella notte tra il 31 ottobre e il 1° novembre (nel più prosaico calendario solare...) ma è suggestivo pensare che questa antica festa celtica abbia influenzato il grande romanziere nel creare il suo mondo fittizio della Terra di Mezzo. Intanto noi ci godiamo la piccola falce di luna che sorge sopra i tetti di Padova...
degli Arabi (674, 717 e 740) nulla poterono contro l'artiglieria turca. Da molti storici questa data è considerata come il vero inizio dell'età moderna: il riavvicinamento tra Oriente e Occidente in vista di un aiuto, che parzialmente ci fu (pensiamo agli atti eroici del comandante genovese Giovanni Giustiniani Longo) determinò la visita di dotti bizantini in Italia, come il cardinale Bessarione, che portarono a Firenze e Roma preziosi codici bizantini (come l'antichissimo manoscritto della Bibbia scritto in onciale greco maiuscolo, il cosiddetto Codex Vaticanus, che fu proprietà di Bessarione), contribuendo quindi allo studio della lingua greca classica (praticamente dimenticata in Occidente durante tutto il Medioevo) e alla nascita dell'umanesimo.
liberare la Città dagli infedeli. Questa leggenda dell'imperatore immortale rivive in molte poesie greche, e la leggenda vuole che la Città (per antonomasia, come ancora oggi i Greci la chiamano) sarà liberata da un Costantino: i patrioti dell'indipendenza greca, durante la I Guerra Mondiale, dicevano Un Costantino la fondò, un Costantino la perse, e un Costantino la riprenderà. Il poeta greco Kostis Palamas dedica a questo grande personaggio, venerato come santo e martire dalla Chiesa Ortodossa, un'ode omonima, in cui si legge qualcosa di molto simile: Re, io mi desterò dal mio sonno marmoreo, La poesia fa riferimento alla Porta d'Oro (Χρυσῆ πύλη), che era il vecchio ingresso trionfale a Costantinopoli lungo la via Egnazia, che collegava la città a Durazzo, e poi idealmente a Brindisi e infine a Roma, tramite la Via Appia. La Porta d'Oro fu murata e inclusa nella fortezza di Yedikule dopo la conquista turca.
La cronaca più fedele di questi eroici accadimenti sono le Memorie (Cronaca) di Giorgio Sfranze, logoteta e generale bizantino, che combattè a fianco dell'imperatore durante l'assedio. |
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